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venerdì 8 giugno 2018

Relazione al Congresso Nazionale Uilca

Un saluto a tutti i presenti ed un ringraziamento per avermi dato la parola.
Leggerò questo mio intervento per il senso di rispetto che nutro nei confronti di questa assise. Da sempre reputo il Congresso Nazionale un passaggio cruciale, importantissimo nella vita di un sindacato. Talmente importante che, secondo me, deve essere fonte di analisi, confronto, dibattito ed idee da tirare fuori. Ebbene tutto ciò non voglio affrontarlo con un discorso a braccio dove potrei correre il rischio di dimenticare qualcosa, a volte anche di importante, o di essere impreciso.
Siamo oggi qui a celebrare un congresso in una fase a dir poco delicata. Banche che falliscono vendute ad 1 euro, una Mifid2 ancora più incalzante, un Quantative Easing che sembra aver fallito il suo obiettivo dell’inflazione al 2%, una digitalizzazione che sta portando alla chiusura di moltissime filiali e a piani industriali che di rilevante contengono solo cessioni di rami d’azienda ed esuberi di personale. Con la diretta conseguenza di consegnare alla clientela filiali con sempre meno organico, a volte aperte solo di mattina o a giorni alterni, con carichi di lavoro difficilmente sostenibili e richieste di budget spropositati e conseguenti pressioni commerciali sempre più insopportabili.
Ed in tutto ciò anche la politica fa la sua parte, come sempre in maniera inopportuna. Prima interferendo nella gestione del credito, vedi MPS, poi nella scelta di decretare la fine di quattro istituti di credito con una decretazione notturna e senza confronto con le parti sociali. Successivamente decidendo di riformare le banche popolari ed i crediti cooperativi nonostante il parere contrario dei sindacati. E, da ultimo, avviando una commissione di inchiesta parlamentare dove sono stati ascoltati tutti, tranne i rappresentanti dei lavoratori ed il club delle giovani marmotte.
Inoltre, come non bastasse, in questi giorni c’è chi vuole rimettere in discussione le trattenute sindacali, dimenticando, o ignorando, gli effetti del referendum del 1995. Forse quel qualcuno ha solo bisogno di visibilità o dovrebbe ripassare un po’ di storia recente prima di parlare, a meno che dietro questa provocazione, perché di tale si tratta, non c’è in atto un disegno teso a depotenziare il mondo sindacale. Ma questa allora sarebbe un’altra partita …
Non da ultimo la politica è riuscita a mettere il naso anche nella gestione delle sofferenze, e forse questo lo ha fatto senza creare troppi danni, le sofferenze stanno diminuendo nei bilanci bancari, ma non per il miglioramento della qualità del credito, ma solo perchè vengono cedute a società specializzate, spesso estere, anche se da qualche settimana sembra che dall'Europa arriverà un altro allarme, quello sugli incagli, e se dovesse concretizzarsi per le banche saranno dolori, ma di quelli veri.

Ma ritorniamo alla digitalizzazione che fa passi da giganti e si parla spesso di innovazione e sostenibilità. Non passa settimana dove non ci sono novità eclatanti in merito, ed altrettanto eclatanti abusi sui dati personali, vero core business di questo settore. Ebbene nessuno ha l’ambizione di fermare la tecnologia, sarebbe ridicolo come colui che vuole fermare il corso di un fiume con le mani, ma dobbiamo provare a gestire i suoi nefasti effetti sia in termini occupazionali che professionali e anche sociali.
A livello occupazionale il trend, purtroppo, sembra essere quello delineato dal criticatissimo CEO di Deutsche Bank, quando un annetto fa dichiarò che il suo obiettivo era sostituire alcuni bancari che facevano operazioni ripetitive con dei robot, non so se fosse anche questa una provocazione o meno, ma nei fatti sta già accadendo con gli ATM evoluti.
A livello professionale siamo sempre più incardinati dentro procedure standardizzate che fanno perdere il contatto tra il bancario ed il clienti. Oggi stiamo arrivando al punto che non conosciamo l’azienda che abbiamo di fronte, ma il suo rating e sulla base di questo dato si concede o meno credito, senza entrare nel dettaglio di ciò che vuole fare l’imprenditore che entra in filiale, come lo vuole fare e che impatto avrebbe sul territorio. Si è diventati astratti pensando, forse, che fare imprenditoria ha lo stesso peso e lo stesso valore sia ad Aosta che a Trapani.
Non è così, noi che stiamo tutti i giorni nei posti di lavoro e a contatto con i colleghi lo sappiamo benissimo, ma chi governa certi processi evidentemente no.
A livello sociale bisogna partire da un dato emerso da uno studio di Eurostat, dove si evidenzia che nel corso del 2017, solo il 31% degli italiani ha utilizzato il web per pagamenti, bonifici o anche semplicemente per controllare il conto corrente, contro il 29% del 2016. Un incremento modesto se paragonato a quanto accade in Europa dove l'utilizzo dell'e-banking ha raggiunto in media il 52% della popolazione. Ora delle due l'una, o c'è un grande mercato ancora da sviluppare, oppure gli italiani preferiscono oserei dire culturalmente il contatto con il bancario, con colui a cui affidano i propri risparmi.
In ultimo condivido l'analisi sui piccoli comuni senza servizi bancari. Ad oggi ho fatto un piccolo studio e ci sono ben 2.456 comuni senza banche. Quindi circa 5 milioni di nostri concittadini sono lasciati nelle mani di compro oro e negozietti finanziari gestiti spesso da figure di dubbia provenienza.
Dunque scandali, malagestione, incapacità della politica, aggressione digitale, in questo scenario va a collocarsi un congresso Uilca che ha il grande merito di volersi rinnovare e la grande preoccupazione di gestire il futuro del settore, oltre che il prossimo rinnovo del CCNL Abi.
Una stagione contrattuale che verrà affrontata non in maniera casuale, ma forti di una alleanza confederale, se vogliamo ritrovata, e sancita dall'accordo sottoscritto tra le tre confederazioni e le relative federazioni del credito che andrà sicuramente a riequilibrare i rapporti interni. Ma, come ha affermato giustamente il Segretario Generale. non va interpretato come una conventio ad excludendum, ma tutt'altro, un accordo inclusivo che però fonda le sue basi su quella cultura confederale indispensabile per affrontare qualsiasi tematica inerente i diritti dei lavoratori, soprattutto negli ambiti contrattuali.
Un contratto che controparte vorrà sicuramente stracciare e ridurre a brandelli, ci ha già provato nel 2015 e non si vede perché non dovrebbe farlo ora. Ma l’operazione non gli riuscì grazie alla ferma opposizione unitaria del mondo sindacale che fece scendere in piazza migliaia e migliaia di lavoratori, ricordiamolo, non per ottenere un faraonico aumento di stipendio o chissà quale privilegio, ma per difendere il contratto stesso, la sua essenza, la sua natura, evitando se vogliamo anche la creazione di un pericoloso precedente a danno di altre categorie di lavoratori
E da quella forza unitaria si dovrà ripartire se si vorrà riformare un contratto che è oggettivamente vecchio, basti pensare che prevede un buono pasto da 1,80 euro, ma deve essere riformato in chiave moderna e con un’ottica di lungo respiro, non pensando al breve periodo o, peggio ancora, al solo risparmio dei costi del personale. Bene ha fatto negli ultimi rinnovi il mondo sindacale a presentare unitariamente proposte di rinnovo contrattuale che parlavano non solo ai lavoratori, ma a tutti gli operatori finanziari, all’intero sistema bancario, all’economia italiana e quindi all’Italia stessa, nel tentativo di riformare il settore tenendo ferma, però, quella vocazione sociale che dovrebbero avere le banche, vocazione sociale che ha anche evocato Messiah proprio su questo palco. Piattaforme che non si sono mai discusse realmente adducendo come scusa la crisi o organizzazioni del lavoro differenti da banca a banca. Peccato che in molti casi i piani industriali, e l’organizzazione interna, sono fotocopiati perché elaborati dalla medesima società di consulenza esterna. La realtà è che non si è entrati nel merito della discussione per viltà di una classe dirigente, spesso autoreferenziale, che non ha voluto mettersi in discussione.
Ma il mondo cambia e cambia per tutti, non solo per i sindacati, non solo per i lavoratori, ma anche per gli imprenditori ed i banchieri.
Si parla di uno slittamento della discussione del nuovo CCNL e l’idea non mi dispiace. Questo perché darà modo a tutti di valutare ciò che accadrà alla ex Alcoa. Un’azienda metalmeccanica, giova ricordarlo, che rinasce e lo fa riservando il 5% del capitale sociale ad una associazione di lavoratori ed istituendo, proprio insieme ai lavoratori, un comitato di sorveglianza, dando così l’avvio all’applicazione dell’articolo 46 della Costituzione che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Ebbene se questa azienda, questo esperimento, dovesse andare bene, e sulla scia di questo ne dovessero andare bene altri, cosa ci impedirebbe di dire ai banchieri che si, il mondo cambia, ma può anche cambiare il sistema di gestione delle imprese stesse.
Non parlo di fantascienza, non ho aperto il libro dei sogni, ma qualcosa che si sta realizzando concretamente qui in Italia.
Non credo che ci si debba far intrappolare da una determinata narrativa che sposta l’asticella sempre più in la e considera i lavoratori e le filiali bancarie qualcosa di vecchio rispetto al web, ai siti internet, alle applicazioni per smartphone. E’ uscito pochi mesi fa uno studio della Federal Reserve, quindi la banca centrale americana, culla della modernità e della digitalizzazione, il quale dimostra che nel 2017 l’81% dei clienti bancari statunitensi ha avuto la necessità, a vario titolo, di entrare in una filiale fisica almeno una volta l’anno. E, incredibilmente, coloro che hanno dichiarato di averne più bisogno non sono gli anziani o gli analfabeti informatici, ma i Millenials.
E questo, ripeto, succede negli Stati Uniti d’America e non in un paesino sperduto dell’ultima provincia italiana.
Quindi usare il CCNL per cercare non tanto di uscire dalla crisi, ci si sta lentamente riuscendo, ma per far recuperare ad un settore bancario sotto pressione un’ottica di impresa che non guarda solo al prossimo bilancio semestrale, e una credibilità ormai perduta proprio a causa di banchieri che molto spesso non sono stati capaci di mettere in sicurezza o di rilanciare le banche che sono stati chiamati a gestire.
Ed accanto ad un CCNL vecchio abbiamo un altro strumento obsoleto, l’accordo sulle agibilità sindacali.
Ho letto attentamente il documento programmatico-organizzativo che punta molto sulle RSU quando si affronta il tema della rappresentanza e, personalmente, non condivido in pieno questa impostazione, d'altronde il Segretario lo sa, non condividiamo proprio tutto … lui è juventino, io no.
Le RSU, secondo esperienze vissute in altre categorie, vanno bene laddove sono presenti fabbriche con centinaia o addirittura migliaia di lavoratori, ma in una realtà fortemente parcellizzata come quella bancaria, non credo possa avere successo, anche se, qualora si realizzasse, sono convinto che tutta la Uilca sarà disposta a mettersi in discussione.
Personalmente vedo pericolosa questa strada e con pochi ritorni positivi. Vedrei, invece, più praticabile una riformulazione estensiva del concetto di piazza  che non si limiti al comune in cui insistono i 16 lavoratori. Si darebbe una maggior spinta al sindacalismo di base e a quel rinnovamento tanto auspicato in questo documento congressuale, anche perché la compagine sindacale, tutta, non può permettersi il lusso di distanziarsi troppo dai lavoratori e dai posti di lavoro.
Difesa dei lavoratori, riforma del contratto e delle relazioni industriali e, si spera, anche difesa dell'italianità del credito. Troppe sono le voci su una Unicredit che starebbe per diventare francese. Siamo in piena globalizzazione, in un mondo che corre molto velocemente, ma voglio pensare che abbiamo ancora a cuore le sorti della nostra terra e anche se il nostro potere può sembrare limitato rispetto a certe decisioni, provare a dire la nostra, a difendere l'italianità delle nostre aziende, soprattutto quando sono sane, non mi sembra del tutto sbagliato.
Proviamoci.
Grazie.

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