Ci sono verità che circolano per anni nei convegni, nelle aule scolastiche, nelle pagine di libri letti da pochi, finché qualcuno con la voce giusta non le pronuncia davanti al mondo intero. La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata il 15 maggio scorso, è uno di quei momenti in cui una verità smette di essere l’opinione di qualcuno e diventa patrimonio comune. Il tema è l’intelligenza artificiale. Il messaggio è uno solo e ha il profilo nitido di un’evidenza: la tecnica non è neutrale e la persona umana non è negoziabile.
Il Papa scrive che ogni strumento tecnologico assume il volto di chi lo pensa, lo finanzia, lo regola e lo usa. È un’affermazione che chi si occupa di cultura digitale conosce bene. Ma sentirla pronunciare dall’istituzione più antica del pianeta ha un peso diverso. Significa che questa non è più una posizione minoritaria, è senso comune elevato a dottrina.
Il cyberumanesimo – il tentativo di tenere insieme progresso tecnologico e centralità della persona – nasce esattamente da questa consapevolezza: che il codice non è scritto da nessuno, che i dati non si raccolgono da soli, che le piattaforme non nascono nel vuoto. Ogni sistema di intelligenza artificiale porta dentro di sé le scelte – esplicite o implicite – di chi lo ha costruito. Ignorarlo non è ingenuità: è una forma di delega in bianco al potere.











