lunedì 1 giugno 2026

Restare umani nell'era delle macchine

L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV dice, con l’autorità della voce più antica del mondo, ciò che molti ripetono inascoltati da anni: la persona viene prima della tecnologia. E il lavoro è il terreno dove questa sfida si gioca davvero.
Ci sono verità che circolano per anni nei convegni, nelle aule scolastiche, nelle pagine di libri letti da pochi, finché qualcuno con la voce giusta non le pronuncia davanti al mondo intero. La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata il 15 maggio scorso, è uno di quei momenti in cui una verità smette di essere l’opinione di qualcuno e diventa patrimonio comune. Il tema è l’intelligenza artificiale. Il messaggio è uno solo e ha il profilo nitido di un’evidenza: la tecnica non è neutrale e la persona umana non è negoziabile.
Il Papa scrive che ogni strumento tecnologico assume il volto di chi lo pensa, lo finanzia, lo regola e lo usa. È un’affermazione che chi si occupa di cultura digitale conosce bene. Ma sentirla pronunciare dall’istituzione più antica del pianeta ha un peso diverso. Significa che questa non è più una posizione minoritaria, è senso comune elevato a dottrina.
Il cyberumanesimo – il tentativo di tenere insieme progresso tecnologico e centralità della persona – nasce esattamente da questa consapevolezza: che il codice non è scritto da nessuno, che i dati non si raccolgono da soli, che le piattaforme non nascono nel vuoto. Ogni sistema di intelligenza artificiale porta dentro di sé le scelte – esplicite o implicite – di chi lo ha costruito. Ignorarlo non è ingenuità: è una forma di delega in bianco al potere.

venerdì 29 maggio 2026

L’intelligenza artificiale sta divorando i contenuti: il futuro dell’informazione è a rischio?

Immaginate di entrare in un ristorante dove lo chef copia le ricette dei colleghi, le rielabora leggermente e le serve ai clienti. Nel frattempo, i ristoranti originali chiudono uno dopo l’altro perché nessuno viene più a mangiare da loro. Alla fine, cosa succede? Lo chef-copista non ha più nulla da copiare e inizia a inventare, mescolando ingredienti a caso. È esattamente quello che rischia di accadere al mondo dell’informazione con l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Quando cerchiamo informazioni su Google o su altri motori di ricerca tradizionali, clicchiamo sui link e visitiamo i siti web. Questa visita genera visualizzazioni pubblicitarie che permettono a giornali online, blog e testate indipendenti di pagare giornalisti, fact-checker e server. È un meccanismo semplice ma funzionale che ha retto il giornalismo digitale per oltre vent’anni. Oggi però stiamo assistendo a un cambio di paradigma. Le intelligenze artificiali come ChatGPT, Claude o Gemini leggono milioni di articoli, ne estrapolano le informazioni e le restituiscono direttamente all’utente, senza che questi debba mai visitare il sito originale. Il risultato? L’utente ottiene la risposta che cercava, ma il sito che ha prodotto quell’informazione non riceve né la visita né i ricavi pubblicitari.

Gli esperti chiamano questo fenomeno “cannibalizzazione dei contenuti”: l’IA si nutre del lavoro altrui senza restituire nulla in cambio. E non si tratta di fantascienza: secondo dati recenti, nel 2025 le grandi aziende tecnologiche hanno già licenziato oltre centomila persone, molte delle quali nel settore dei contenuti e dell’informazione.

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giovedì 30 aprile 2026

L’algoritmo al potere? Perché il cuore della banca deve restare umano

C’è un’immagine che spesso accompagna i racconti sull’Intelligenza Artificiale nelle banche: uffici deserti, schermi che lampeggiano in solitudine e algoritmi che decidono, con freddezza matematica, il destino dei nostri risparmi. Ma la realtà che emerge dagli ultimi dati ci racconta una storia diversa.

Un recente rapporto dell’OCSE ha infatti scosso il mondo finanziario italiano, rivelando che ormai il 70% delle assicurazioni e il 59% delle banche del nostro Paese utilizza l’IA. Non parliamo più solo di piccoli robot che rispondono alle domande sul sito web, ma di sistemi complessi capaci di prevedere frodi o analizzare montagne di dati in pochi secondi. Di fronte a numeri così imponenti, sorge spontanea una domanda: i manager delle nostre banche stanno abdicando al loro ruolo? Hanno deciso di lasciare il timone a un software?

La tentazione di rispondere “sì” è forte, ma sarebbe un errore di prospettiva. Quella a cui stiamo assistendo non è una resa, bensì una metamorfosi. Immaginiamo il manager di una volta: passava gran parte del tempo a scartabellare documenti alla ricerca di un errore o di un’opportunità. Oggi quel lavoro faticoso e ripetitivo è delegato alla macchina. Questo non significa che il manager sia diventato inutile: significa che ha il tempo di fare ciò per cui è pagato: decidere.

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venerdì 24 aprile 2026

La nuova schiavitù digitale: dietro i social e l’intelligenza artificiale

Guardiamo i social ogni giorno. Scorriamo video, leggiamo post, condividiamo contenuti. Tutto appare pulito, filtrato, quasi innocuo. Ma ciò che vediamo è solo la superficie. Dietro questo mondo apparentemente ordinato si nasconde una realtà molto più dura raccontata anche dall’inchiesta de Le Iene realizzata da Nicola Barraco. Una realtà che ha il sapore di una nuova forma di schiavitù: il lavoro invisibile dei moderatori di contenuti Sono giovani, spesso in Kenya, che passano le loro giornate a visionare immagini di violenza, abusi e morte per “ripulire” i social che noi utilizziamo quotidianamente. Un lavoro essenziale per le grandi piattaforme, ma svolto in condizioni disumane.

La prima grande causa di questo fenomeno è il modello economico dei social network. Le piattaforme guadagnano attraverso pubblicità e attenzione: più tempo passiamo online, più generano profitto. Per mantenere un ambiente “sicuro” e appetibile, devono eliminare contenuti disturbanti. Ma invece di investire in sistemi sostenibili o in tutela dei lavoratori, esternalizzano questo compito nei Paesi più poveri, dove il costo del lavoro è basso.

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lunedì 13 aprile 2026

Quando l’algoritmo decide in banca: i rischi nascosti dell’IA nel credito bancario

Bastano pochi secondi. Un clic, qualche dato personale inserito in un modulo online, e l’intelligenza artificiale ha già deciso se potrete comprare casa, aprire la vostra attività o ottenere una carta di credito. Nessun colloquio in filiale, nessuna possibilità di spiegare la vostra storia. Solo un algoritmo che ha etichettato il vostro futuro con un “sì” o un “no”. Sempre più banche affidano all’intelligenza artificiale le decisioni sul credito, attratte dalla velocità e dai minori costi. Ma dietro questa rivoluzione tecnologica si nascondono pericoli che potrebbero cambiare radicalmente il rapporto tra cittadini e sistema creditizio.

Immaginate di essere bocciati a un esame senza sapere perché. È esattamente quello che succede con molti sistemi di intelligenza artificiale usati per il credito. Gli algoritmi funzionano come “scatole nere”: nemmeno i tecnici che li hanno creati riescono sempre a spiegare esattamente perché hanno preso una certa decisione. Come si può contestare una decisione che nessuno sa spiegare? Come si difende un cittadino davanti a un giudice invisibile e muto? Il problema più insidioso: gli algoritmi possono discriminare senza che nessuno se ne accorga. L’intelligenza artificiale impara dai dati storici. Se negli ultimi vent’anni le banche hanno concesso meno prestiti alle donne o a persone di certi quartieri, l’algoritmo “imparerà” che questi sono fattori di rischio, perpetuando pregiudizi del passato. Negli Stati Uniti sono emersi casi clamorosi: algoritmi che offrivano condizioni peggiori alle minoranze etniche, non per programmazione intenzionale, ma perché addestrati su dati discriminatori. In Italia il rischio è identico: un algoritmo potrebbe penalizzare chi vive al Sud, chi ha cognome straniero, chi lavora in settori “instabili”. Senza malizia, senza cattive intenzioni: l’algoritmo semplicemente “impara” dai modelli nei dati.

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giovedì 2 aprile 2026

ANALISI DEL SISTEMA BANCARIO NELLA PROVINCIA DI FROSINONE: CRESCONO I DEPOSITI, RALLENTANO I PRESTITI NEL 2025

Il panorama bancario della provincia di Frosinone al 31 dicembre 2025 mostra segnali di consolidamento della liquidità a fronte di una contrazione del credito, delineando un quadro di prudenza economica da parte di famiglie e imprese. Secondo gli ultimi dati, i depositi totali nella provincia hanno raggiunto quota 10.508.081 migliaia di euro, segnando una crescita del 3,03% rispetto all'anno precedente. Al contrario, i prestiti hanno subito una lieve flessione annuale dello 0,62%, attestandosi a 5.928.157 migliaia di euro. Se analizziamo il periodo 2022-2025, il divario è ancora più netto: i depositi sono aumentati di oltre 431 milioni di euro (+4,29%), mentre i prestiti sono diminuiti di circa 405 milioni di euro (-6,40%). A livello locale, Frosinone si conferma il cuore pulsante del territorio con depositi per 1,87 miliardi di euro (+5,56% su base annua). Si segnala la performance particolarmente vivace di Sora, che vede i depositi balzare del 15,48% in un solo anno. Sul fronte dei prestiti, si registra invece un drastico calo a Isola Liri (-38% rispetto al 2024), mentre Sora e Pontecorvo mostrano controtendenze positive con aumenti rispettivamente del 9,42% e 7,30%. 

La provincia mostra una solida tenuta del risparmio, nonostante una razionalizzazione della rete fisica degli sportelli in alcuni comuni principali. Mentre lo stock di risparmio (depositi) è in costante ascesa dal 2023, l'erogazione del credito (prestiti) non ha ancora recuperato i livelli del 2022, segnando un trend di debolezza pluriennale. 

Cliccando sui seguenti link avrete accesso ai documenti legati a questo studio

Comunicato stampa

Infografica

Studio sui singoli comuni



martedì 31 marzo 2026

Le riorganizzazioni bancarie: e se cambiassimo il paradigma?

Le nomine dall’alto non bastano più. Il modello Olivetti può dare un impulso al settore del credito rinnovandolo profondamente.

Negli ultimi mesi, i principali gruppi bancari italiani hanno riorganizzato i vertici manageriali puntando sulla valorizzazione di risorse interne. Intesa Sanpaolo ha riconfermato ruoli chiave investendo nella crescita interna, UniCredit ha calibrato le promozioni con innesti esterni, Banco BPM ha seguito una linea simile nel risparmio gestito, Mediobanca ha ridefinito incarichi strategici, mentre Credem ha redistribuito le responsabilità al vertice.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Perché dietro questa apparente attenzione alle “risorse interne” si nasconde in realtà l’ennesima riorganizzazione calata dall’alto, decisa nelle stanze dei consigli di amministrazione senza coinvolgimento reale di chi, ogni giorno, tiene in piedi il sistema bancario italiano: i lavoratori.

Eppure, gli strumenti normativi per fare diversamente esistono eccome. L’articolo 46 della Costituzione è chiaro: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

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