Guardiamo i social ogni giorno. Scorriamo video, leggiamo post, condividiamo contenuti. Tutto appare pulito, filtrato, quasi innocuo. Ma ciò che vediamo è solo la superficie. Dietro questo mondo apparentemente ordinato si nasconde una realtà molto più dura raccontata anche dall’inchiesta de Le Iene realizzata da Nicola Barraco. Una realtà che ha il sapore di una nuova forma di schiavitù: il lavoro invisibile dei moderatori di contenuti Sono giovani, spesso in Kenya, che passano le loro giornate a visionare immagini di violenza, abusi e morte per “ripulire” i social che noi utilizziamo quotidianamente. Un lavoro essenziale per le grandi piattaforme, ma svolto in condizioni disumane.
La prima grande causa di questo fenomeno è il modello economico dei social network. Le piattaforme guadagnano attraverso pubblicità e attenzione: più tempo passiamo online, più generano profitto. Per mantenere un ambiente “sicuro” e appetibile, devono eliminare contenuti disturbanti. Ma invece di investire in sistemi sostenibili o in tutela dei lavoratori, esternalizzano questo compito nei Paesi più poveri, dove il costo del lavoro è basso.






