Fino a tanti anni fa le notizie viaggiavano via fax e la reputazione di una persona si costruiva, o si distruggeva, nelle piazze fisiche, nei bar, nelle aule di tribunale. I più attenti negli ultimi anni hanno assistito ad una Italia che cambiava, ma raramente abbiamo provato un senso di impotenza e frustrazione simile a quello che ci assale oggi di fronte alla tragedia di Anguillara.
Il doppio suicidio che ha scosso le nostre coscienze non è solo un fatto di cronaca nera; è il sintomo terminale di una malattia sociale che abbiamo lasciato incancrenire: l’impunità digitale.
Siamo onesti con noi stessi. La rete, nata come la più grande biblioteca del mondo e promessa di libertà assoluta, si è trasformata in troppi angoli bui in un vicolo cieco pericoloso, specialmente per i più giovani. Il cyberbullismo non è una ragazzata, non è uno scherzo di cattivo gusto. È una persecuzione sistematica, resa letale dall’anonimato e dall’effetto cassa di risonanza dei social network.
Per decenni abbiamo difeso la libertà della rete come un totem intoccabile. Ma la libertà, in democrazia, cammina sempre a braccetto con la responsabilità. Se, ad esempio, un giornalista scrive una falsità o diffama qualcuno su un giornale, ne risponde civilmente e penalmente. Il suo nome è in calce all’articolo. La sua faccia è pubblica.
Perché, invece, su piattaforme come ad esempio Instagram, TikTok o Facebook, permettiamo a chiunque di nascondersi dietro un nickname di fantasia, un avatar rubato, un profilo “fake”, per distruggere la vita di un adolescente?
